La potenza del non profit in un nuovo mondo del lavoro

Dodici esperti di lavoro intorno al tavolo del "futuro che verrà", insieme nella pubblicazione del libro Basta chiacchiere! Un nuovo mondo del lavoro*. Un titolo provocatorio, per un libro che esce a cinquant’anni dallo Statuto dei Lavoratori, che ha rappresentato una svolta nelle tutele e nei diritti dei lavoratori, e che esce con il segno indelebile dell’emergenza Coronavirus, che ha trasformato profondamente le nostre vite e il nostro modo di lavorare. Gli autori del libro sono esperti indipendenti nei vari campi: tra loro, Enzo Manes e Gianluca Salvatori, rispettivamente Presidente e Segretario Generale di Fondazione Italia Sociale. 

Di seguito, un estratto ripreso dal capitolo Terzo settore e lavoro | La potenza del non profit 

 

*PASSERINI W. a cura di (2020) Basta chiacchiere! Un nuovo mondo del lavoro, ed. FrancoAngeli, pp. 139 - 150


 

Il lavoro che cambia

 

Il tema di come il futuro del lavoro può dipendere dallo sviluppo del non profit è ancora poco esplorato. Nel dibattito oggi prevalgono altre considerazioni, dominate in particolare dall’accelerazione dei processi di innovazione tecnologica e dalla conseguente sostituzione del lavoro umano. Eppure, a ben guardare, un’analisi approfondita dei mutamenti che riguardano il mondo del lavoro non sarebbe completa se non prendesse in esame quanto sta avvenendo nel Terzo settore e nella cosiddetta economia sociale, in relazione al loro crescente contributo all’occupazione.

 

Nelle pagine che seguono è questo il punto di vista che intendiamo sviluppare. A partire da una riflessione che tiene conto di alcuni dei fenomeni oggi più evidenti, connessi alle trasformazioni che le nuove tecnologie producono sulle forme del lavoro, ma con l’intenzione di suggerire uno scenario meno scontato rispetto alla infinita discussione che oppone chi pensa che questa volta l’automazione finirà davvero per avverare la profezia della fine del lavoro e chi invece sostiene che non c’è da preoccuparsi, perché anche questa volta il cambio di paradigma tecnologico non comporterà la fine del lavoro ma soltanto la fine di alcuni dei lavori così come li conosciamo oggi.

 

Questa discussione, come è noto, da qualche tempo a questa parte è uscita dalla cerchia degli addetti ai lavori ed è diventata oggetto di attenzione pubblica.  Molto è stato detto e scritto sul tema - che con poche eccezioni affligge quasi tutte le economie del mondo - di una crescita dell’occupazione più bassa di quella che sarebbe necessaria per assorbire l’attuale offerta di lavoro. Questa situazione non è dovuta soltanto alla crisi economica che nell’ultimo decennio ha colpito gran parte dell’economia globale. E riguarda il mondo del lavoro sotto più aspetti. Infatti, anche quando non è scarso, il lavoro soffre per condizioni di incertezza (in termini di livello di reddito ma anche di prospettive previdenziali e di condizioni lavorative) che minacciano il modello sociale ed economico costruito nella seconda metà del secolo scorso. Quel modello, basato fondamentalmente sull’inclusione di settori sempre più ampi della popolazione attraverso le leve di un impiego stabile e del welfare pubblico, oggi è in crisi.

 

Che non si tratti di una crisi congiunturale, a questo punto dovrebbe essere evidente a tutti. Indagarne le cause strutturali è un compito che sta impegnando una intera generazione di economisti e scienziati sociali. Le teorie messe in campo hanno prodotto una vasta serie di studi, che hanno individuato diverse spiegazioni per questa generale difficoltà a tornare ai livelli occupazionali pre-crisi.

 

Per un paio di decenni l’imputato principale è stato identificato nella globalizzazione. Il declino dell’occupazione e il deterioramento delle condizioni di lavoro nei paesi più sviluppati sono stati attribuiti allo spostamento della domanda di lavoro da un paese all’altro, secondo una logica di minimizzazione dei costi. Anche se in realtà, osservato su scala mondiale, questo fenomeno non ha determinato una diminuzione complessiva del livello di occupazione, quanto piuttosto una sua redistribuzione. Con effetti positivi per le economie dei paesi in via di sviluppo, che dalla globalizzazione hanno tratto indubbiamente vantaggio. Almeno fino a quando le ultime ondate di innovazione tecnologica non hanno alterato questo quadro.

 

La spiegazione che chiamava in causa la globalizzazione (che poi si ritrova alla base delle politiche neo-protezioniste, arrivate sulla scena a scoppio ritardato rispetto alle trasformazioni dell’economia) rendeva ragione del calo dell’occupazione nei paesi più ricchi e dalla più solida tradizione industriale. Ma quel calo era compensato dalla crescita delle opportunità di lavoro nei paesi più poveri. Invece il nuovo scenario rimette in discussione i livelli occupazionali ovunque, senza distinzioni. La riduzione degli organici prodotta dalla recente automazione nelle fabbriche della Foxconn, per citare un esempio, ha proiettato la Cina nella stessa situazione che affligge da tempo le industrie manifatturiere nordamericane o europee. Il punto non è più lo spostamento del lavoro, alla ricerca del paese con i salari più bassi, ma più direttamente la sua sostituzione con le macchine. Per questo motivo la minaccia dell’automazione oggi è vissuta come un fenomeno i cui effetti sono più profondi e pervasivi di quelli prodotti dalla globalizzazione nel recente passato.

 

In effetti, le ragioni di preoccuparsi sono fondate. Nel campo della robotica e dell’intelligenza artificiale si susseguono progressi la cui velocità ed ampiezza nessuno ha saputo veramente prevedere. Fino a pochi anni fa, solo qualche visionario avrebbe potuto immaginare gli sviluppi tecnologici che oggi stiamo vivendo sotto nomi come “internet delle cose”, “big data”, “cloud computing”. E gli scenari dei veicoli a guida autonoma e della robotica avanzata erano riservati ai laboratori di ricerca.

 

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Il potenziale dell’economia sociale

 

Il punto quindi dovrebbe essere: in quale direzione bisogna guardare per compensare i posti di lavoro perduti? Da dove è più probabile che arriveranno i nuovi impieghi in grado di sostituire quelli distrutti dal cambiamento tecnologico su scala globale? Con quali strumenti e con quali politiche si può facilitare questa transizione? Sono le questioni su cui bisognerebbe puntare l’attenzione anziché rassegnarsi alla profezia della scomparsa del lavoro, o peggio attardarsi nella difesa di posti di lavoro ormai condannati. Ed è appunto per cercare una risposta a queste domande che torna utile riflettere sulla quinta funzione. Quella che per ora è restata fuori dalla portata dell’automazione, e che probabilmente lo sarà ancora per lungo tempo. La funzione connessa alla dimensione sociale ed emotiva, per la quale è più complicato rimpiazzare gli esseri umani in quanto si rivolge allo svolgimento di tutta una serie di compiti che non rientrano in routine cognitive o in situazioni interamente prevedibili.

 

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Il fatto è che mentre da un lato ci sono attività in cui l’automazione sta cambiando le regole del gioco, distruggendo occupazione, dall’altro ci sono settori maggiormente sintonizzati con i nuovi bisogni che emergono dai mutamenti della società ed in cui la domanda di lavoro sta crescendo, e probabilmente continuerà a crescere ancora per diverso tempo. Uno degli esempi più eclatanti è quello della cosiddetta care economy, che le dinamiche demografiche stanno mutando sempre di più in silver economy. In Italia la vita media in questi ultimi decenni si è costantemente allungata (con una media di 82,6 anni siamo tra i più longevi al mondo). Al tempo stesso è aumentata la percentuale di popolazione che ha bisogno di assistenza. Si calcola che gli ultrasettantacinquenni affetti da malattie croniche siano più dell’85 cento. Ciò significa che viviamo più a lungo ma negli ultimi dieci anni di vita (che per chi nasce oggi saranno probabilmente venti) aumentano le limitazioni e si è sempre meno autosufficienti. Dunque, è facile prevedere che le professioni collegate ai bisogni sociali emergenti, come appunto l’invecchiamento, saranno quelle che nei prossimi anni vedranno un costante aumento della domanda.

 

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Nell’ambito dei servizi alla persona (ma lo stesso può dirsi anche per altri ambiti, dall’educazione alle professioni creative e culturali) le organizzazioni del Terzo settore e dell’economia sociale offrono molteplici vantaggi. Sono radicate in comunità locali e quindi meno propense a delocalizzare per risparmiare sul costo del lavoro; operano con modalità che valorizzano la dimensione relazionale, che nei servizi di interesse sociale è fondamentale; sono più efficienti nell’identificare i bisogni emergenti perché grazie alla presenza di utenti e volontari sono strettamente connesse ai contesti di cui sono al servizio; si prestano ad adottare forme organizzative più flessibili e decentralizzate, che intercettano meglio le nuove domande sociali; e infine riescono ad operare e svilupparsi anche in settori  con basso margine di profitto, perché sono guidate dalla priorità dell’interesse sociale e non della remunerazione del capitale.

 

In sintesi, considerati i valori, le modalità operative e i modelli di organizzazione, il non profit e l’economia sociale sono una possibile risposta – certo, non l’unica - alla questione di come governare la transizione verso i nuovi scenari del mondo del lavoro. Come dimostra la crescita che questo settore ha conosciuto nel corso degli ultimi anni, specialmente nel nostro paese.

 

 

La rilevanza quantitativa del Terzo settore

 

Le organizzazioni non profit rappresentano una componente rilevante della realtà italiana. Le incontriamo ogni giorno nelle nostre grandi città e nei piccoli borghi delle aree interne. Presenti in innumerevoli luoghi e in un numero sempre più ampio di ambiti: dal trasporto dei malati alla gestione dei servizi di assistenza socio-sanitaria, dalle attività educative alla fruizione di siti culturali, dal reinserimento lavorativo di persone svantaggiate alla agricoltura sociale, dall’animazione giovanile alle attività sportive dilettantistiche, dalla protezione civile ai progetti di cooperazione e solidarietà internazionale, dalla rigenerazione urbana alla gestione dei servizi di pubblica utilità nei paesi stressati dallo spopolamento, e molto altro ancora.

 

Dove c’è un bisogno sociale, nuovo o vecchio che sia, è altamente probabile che nasca un tentativo di risposta che fa leva sulle risorse delle comunità e dei cittadini. Specialmente quando si tratta di bisogni per i quali le soluzioni vanno cercate attraverso l’impegno e l’attivazione delle energie di quanti ne vivono più direttamente le conseguenze. Il criterio della prossimità in molti casi è la scintilla che provoca la mobilitazione, perché rende consapevoli del fatto che spesso le soluzioni non si possono aspettare ma vanno create. In particolare, in un tempo in cui l’azione del settore pubblico è fortemente condizionata da limiti di risorse economiche e dalla difficoltà di rispondere con soluzioni standard a domande sociali che sono sempre più differenziate.

 

La crescita del non profit italiano è stata in questi anni direttamente proporzionale alle difficoltà dello Stato, da un lato, e dai limiti dei meccanismi di mercato, dall’altro, nel far fronte all’onda montante di problematiche prodotta dal cambiamento sociale.  Si è trattato però di un fenomeno quasi carsico, avvenuto silenziosamente. Per le sue caratteristiche il non profit ha seguito la complessa e frammentata geografia dei bisogni, intervenendo puntualmente e a livello locale ogni volta che occorreva una risposta ma non curandosi troppo di verificarne la riproducibilità e la scalabilità dimensionale. Questa modalità puntiforme si è tradotta in un patchwork multicolore di interventi e iniziative che ha reso complicato un apprezzamento complessivo del fenomeno. Un Terzo settore composto per lo più da casi singoli e progetti molto contestualizzati ha reso sfuggente una visione d’insieme, impedendo di cogliere tutte le implicazioni di un fenomeno che ha una portata molto più sistemica di quanto non appaia.

 

Eppure, nel nostro paese questa crescente importanza del settore non profit ha conseguenze non solo dal punto di vista sociale ma anche in termini di impatto sul settore produttivo. Di ciò si ha chiara evidenza in termini di analisi quantitativa, per quanto spesso non sia di dominio pubblico. La descrizione delle caratteristiche strutturali e della evoluzione nel tempo del settore non profit non è tra i temi portati più spesso all’attenzione dell’opinione pubblica – e per la verità, neppure dei policy maker – eppure in Italia esiste ormai da anni una produzione di informazioni e conoscenze da cui risulta un quadro generale piuttosto chiaro, anche se ancora bisognoso di integrazioni quanto ai dati raccolti e alle dimensioni monitorate.

 

Questa produzione di conoscenza vede l’impegno tanto di soggetti privati (istituti di ricerca, ma anche organizzazioni non profit e media) quanto anche della statistica ufficiale, che da una ventina d’anni ha iniziato a produrre analisi sul tema. In particolare, l’Istat produce due tipi di informazioni che, insieme, costituiscono quello che è chiamato Censimento permanente delle Istituzioni non profit (INP). I due prodotti sono: i) il “Registro statistico del settore non profit”, che fornisce annualmente informazioni sulle principali caratteristiche delle organizzazioni del settore, e ii) una rilevazione campionaria di tipo multiscopo che, con cadenza pluriennale, analizza aspetti economici e sociali delle istituzioni non profit.

 

Riprendendo qui una sintesi che come Fondazione Italia Sociale abbiamo elaborato in un rapporto di recente pubblicazione dedicato a “La filantropia in Italia nel confronto internazionale”, il quadro quantitativo che emerge si può riassumere nei termini che seguono.

 

I dati, aggiornati al 2017, confermano l’andamento in crescita del settore sia in termini di unità economiche attive sia in termini di numero di dipendenti utilizzati. Questa crescita è una costante che si osserva a partire dal 2001. Il suo significato è particolarmente rilevante se si tiene conto che il resto dell’economia, dal 2008, ha subito una significativa contrazione, che il nostro paese ancora non ha totalmente recuperato.

 

Dal 2001 al 2017 il numero di organizzazioni non profit attive è passato da 235.000 a 350.000, con una crescita costante in tutto il periodo. Di fatto, in Italia il Terzo settore anziché risentire negativamente degli anni della crisi, li ha vissuti come un acceleratore per lo sviluppo del settore. Infatti, l’incremento medio annuo è stato pari al +2,8% nel decennio 2001-2011, al 2,9% nel periodo 2011–2015 e del 2,1% negli anni 2016 e 2017. L’aspetto però su cui qui vogliamo porre maggiormente l’attenzione – perché dimostra la sempre maggiore strutturazione e stabilità acquisita dalle organizzazioni non profit - è che questa tendenza si osserva anche in termini di occupati. Nello stesso periodo in un cui cresceva il numero di organizzazioni, anche il numero di dipendenti è aumentato passando da oltre 488mila ad oltre 850mila, con un incremento medio annuo pari a circa il 3,9% in tutto il periodo. Negli ultimi due anni, dal 2015 al 2017, i dipendenti regolarmente retribuiti sono aumentati di oltre 56mila unità, pari a un +7,2%, pur a fronte di una sostanziale stabilità del resto dell’economia italiana. E, in parallelo con questo incremento, è cresciuta anche la dimensione media, passata dai 2,1 addetti nel 2001 ai 2,4 nel 2017.

 

Nello specifico, come si dirà oltre, dai dati emerge un quadro che mette in luce gli effetti di una progressiva e profonda trasformazione, imperniata sul ruolo sempre più rilevante svolto nel non profit dalle attività economiche. Modificando sostanzialmente l’immagine tradizionale, la sostenibilità economica ottenuta tramite l’impegno in attività produttive ha acquisito un’importanza sempre maggiore per il Terzo settore e costituisce oggi, sempre di più, una caratteristica fondamentale dell’identità e del modello operativo delle organizzazioni che ne fanno parte. Il non profit progressivamente si è proposto, come un modello rivolto anche alla produzione di beni e servizi, con una visione dell’economia ispirata al primato dello sviluppo della persona e della comunità. Sempre meno quindi un settore periferico che vive di sussidi, e sempre di più un settore orientato a influire sullo sviluppo anche dal punto di vista anche economico, con un approccio che valorizza l’inclusione sociale.

 

Spostando lo sguardo verso l’incidenza complessiva del non profit sul totale dell’economia del nostro paese, i numeri sopra citati si riflettono in un maggior peso in termini sia di unità economiche sia di addetti. Negli ultimi quindici anni le unità sono passate dal 5,8% all’8,0% del totale delle unità attive dei settori industria e servizi e dal 4,8% al 7,0% del totale dei relativi lavoratori dipendenti. Non solo. L’incremento del settore è evidente anche in termini di andamento delle entrate. Nel periodo 2011–2015, la crescita è stata forte, con un incremento di circa 6,5 miliardi di euro, pari a + 10,1%.

 

Ma quel che soprattutto è importante sottolineare sono le variazioni nelle origini di tali entrate. In sintesi: forte calo sia dei sussidi e contributi da enti pubblici sia dei proventi da contratti con istituzioni pubbliche (che complessivamente, nei 4 anni considerati, hanno diminuito il loro apporto di circa 1,5mld di euro, scendendo sul totale delle entrate da oltre il 34% al 28,6%). Di contro, ci sono stati aumenti in tutte le altre voci: con rilevanti incrementi derivanti dalla vendita di beni e servizi (+ 4mld circa) e dai contributi degli aderenti (+ 2,4 mld). Queste due voci incidono per il 50,1% del totale delle entrate del 2017 (erano pari al 45,0% nel 2011).

 

In definitiva, in questi anni si è assistito ad una metamorfosi i cui effetti ancora non sono evidenti a tutti. Pur con tutte le incertezze e le contraddizioni di un settore cresciuto sotto la spinta di uno spontaneismo disordinato, e condizionato da logiche spesso localistiche e frammentarie, il non profit italiano sta cambiando pelle. La crisi della finanza pubblica ha innescato diffusi processi di imprenditorializzazione. La moltiplicazione dei bisogni sociali, e la loro individualizzazione, hanno imposto di guardare fuori dalla propria comfort zone. Gli effetti di una recessione economica durata quasi un decennio hanno spinto ad esplorare nuovi modelli di business e nuove forme organizzative. Anche se per ora si tratta di una tendenza che nelle forme più evolute riguarda solo una minoranza di soggetti, è una trasformazione di grande portata. L’effetto “contagio” è amplificato da un ambiente in cui le piccole dimensioni delle organizzazioni favoriscono la diffusione delle pratiche di successo. Per questo i prossimi saranno anni interessanti. Specie se si saprà accompagnare questa metamorfosi con idee e strumenti adatti a esprimerne il potenziale.

 

 

Condizioni per un piano di azione

 

Per concludere questa riflessione sul ruolo originale del terzo settore quale “infrastruttura occupazionale” per far fronte, almeno in parte, ai nuovi scenari del mondo del lavoro, vorremmo riservare alcune brevi note finali alle sfide che le organizzazioni non profit devono superare per vivere questa transizione da protagoniste e per liberare il potenziale che esprimono.

 

Una prima sfida riguarda la capacità di mantenere la propria autonomia e in particolare di non perdere l’abilità di identificare i nuovi bisogni che emergono dalla società. Ciò implica la necessità di contrastare il rischio di una dipendenza dal settore pubblico, che tende a decidere autonomamente quali servizi vuole e per quali utenti. Il terzo settore non può vivere di sole esternalizzazioni del settore pubblico. E se è vero che dal punto di vista economico, come si è visto, la quota di trasferimenti di risorse pubbliche negli ultimi anni si è progressivamente ridotta, spesso ciò è avvenuto più per restrizione delle finanze pubbliche che per scelta delle organizzazioni non profit. Se si vuole che il terzo settore sia ancora in grado di intercettare nuove domande e di elaborare risposte di qualità, sia per livelli di servizio sia per condizioni lavorative, è importante sviluppare una autonoma sostenibilità economica.

 

Questo significa, ed è la seconda sfida, sviluppare competenze e creatività nell’individuare e utilizzare differenti fonti di finanziamento. A seconda delle caratteristiche delle specifiche organizzazioni e dello stadio di sviluppo in cui si trovano, può essere opportuno rivolgersi a donazioni filantropiche oppure a risorse di mercato, a strumenti di debito o di garanzia, a forme di capitalizzazione o al rafforzamento delle capacità commerciali. O, molto più probabilmente, ad una combinazione di tutto questo. Quindi occorre essere in grado di comprendere l’intero spettro degli strumenti finanziari, le funzioni relative a ciascun meccanismo, e l’ecosistema degli intermediari. Senza perdere di vista le caratteristiche distintive di un’organizzazione non profit, che non sono conciliabili con qualsiasi strumento di finanza. Visto che molti strumenti finanziari sono comuni anche alle tradizionali imprese profit, il terzo settore deve imparare a servirsene in funzione dei propri obiettivi e delle proprie caratteristiche.

 

Di conseguenza, la terza sfida consiste nell’aver chiara la propria identità ma senza cadere nell’autoreferenzialità. Un difetto da cui purtroppo il Terzo settore non è esente. La scala dei problemi sociali cui bisogna far fronte dovrebbe essere un buon argomento per mettere da parte il posizionamento associativo e dare priorità al cambiamento che si vuole produrre nella realtà. Non è da sottovalutare la funzione di apprendimento che le collaborazioni con altre realtà possono svolgere. È il caso delle partnership con le imprese profit, ad esempio, che non vanno viste con diffidenza (come nel passato spesso è accaduto) bensì come occasioni per ampliare la conoscenza di processi organizzativi e gestionali, approcci ai mercati, strategie di innovazione. Così come serve conoscere le diverse opportunità finanziarie per poi scegliere in base alle proprie necessità, anche il confronto con le imprese profit ambiti può presentare delle opportunità, se si sviluppano interessi reciproci e complementarietà.

 

Infine, una quarta sfida – che rappresenta anche una delle priorità dell’agenda di Fondazione Italia Sociale – è quella di superare la frammentazione. Specie se si vuole produrre un impatto occupazionale adeguato al bisogno di lavoro che emerge dalla realtà. La logica del caso singolo o della specifica esperienza locale va bene finché si tratta di sperimentare e prototipare. Ma poi bisogna avere la forza e il coraggio di riprodurre su scala più ampia ciò che ha dimostrato di funzionare. La difesa compiaciuta del piccolo frammento non è per questo tempo. Solo così il non profit può candidarsi ad attore della transizione verso i nuovi assetti del mondo del lavoro.

 

Enzo Manes, Presidente di Fondazione Italia Sociale

e

Gianluca Salvatori, Segretario Generale di Fondazione Italia Sociale

Pubblicato il: Martedì, Giugno 30, 2020