#NONSTOPNONPROFIT

 

Le organizzazioni non profit si trovano in una difficile posizione a causa della pandemia Covid-19. Il loro ruolo è richiesto più di prima, specie in vista della fase post-emergenza. Ma molte non sanno se riusciranno a riprendere le attività. Proprio quando la fragilità delle reti di protezione sociale richiederebbe invece una loro presenza robusta e vivace. Le ragioni di questo paradosso sono almeno tre.

 

Gran parte di queste organizzazioni opera in ambiti che soffriranno per una uscita dall’emergenza dai tempi lunghi. Per chi lavora nel settore dei servizi alla persona, dell’educazione e della cultura il ritorno alla normalità sarà complicato dalle misure di distanziamento sociale e dalle cautele organizzative che verranno imposte. Osservare le procedure anti-contagio in un ambiente strutturato come la fabbrica è molto meno complicato rispetto alla gestione di servizi di assistenza domiciliare agli anziani o di servizi ricreativi rivolti a infanzia e minori. Quindi la riduzione delle attività potrebbe durare per un periodo molto più esteso, senza che la capacità finanziaria delle organizzazioni sia in grado di compensare le mancate entrate.

 

Una seconda ragione è che nel perimetro del Terzo settore è compreso un numero molto ampio di soggetti che svolgono attività economiche pur non avendo forma di impresa. L’Italia conta 350.000 organizzazioni non profit che garantiscono un’ampia serie di servizi di assistenza, accoglienza, inclusione sociale, educazione, svolti con combinazioni diverse di lavoro retribuito e volontario. Di queste, le imprese sociali propriamente dette sono circa 20.000 e hanno un giro di affari attorno ai 12 miliardi di euro. Questo significa che la parte restante, per arrivare ai 70 miliardi di euro di totale complessivo del Terzo settore, è il risultato delle attività di organizzazioni costituite in forma di associazioni, fondazioni, organizzazioni di volontariato, A queste fino ad oggi le misure anticrisi del governo non hanno pensato. Mentre per imprese e lavoratori autonomi sono stati messe in campo forme agevolate di credito o contributi a fondo perduto, nulla è previsto per le organizzazioni di Terzo settore costituite in forma diversa dall’impresa (fatta eccezione per la cassa integrazione in deroga). Eppure, sono state colpite pesantemente: per un verso il fermo prolungato delle attività ha significato l’azzeramento delle entrate da attività e progetti e, per altro verso, Covid-19 ha comportato il dirottamento di parte ingente delle donazioni (si calcola almeno la metà rispetto al 2019) sull’emergenza sanitaria.

 

La terza ragione. Le organizzazioni che riusciranno a farcela, superando questa crisi, saranno sotto pressione perché la situazione sociale richiederà il loro intervento ancor più di quanto avvenisse prima della pandemia. Il rischio è che si presentino stremate all’appuntamento, senza le risorse necessarie per adeguare la propria offerta ai nuovi bisogni (senza peraltro trascurare i vecchi). Difficilmente si potrà contare sulla disponibilità di risorse pubbliche: con livelli record di debito, lo Stato nei prossimi mesi avrà margini di manovra molto stretti per venire incontro ai nuovi bisogni sociali. E per il non profit sarà ridotta anche la possibilità di sostenersi con domanda privata pagante, visto che chi avrà più bisogno di servizi sociali non sarà verosimilmente in grado di sostenerne i costi.

 

Questa nuova crisi si pone quindi in una luce totalmente diversa rispetto al 2008. Se allora venne alla luce la resilienza di queste organizzazioni, tradotta nel mantenimento o addirittura nella crescita dei livelli occupazionali e dei servizi offerti a fronte di una tendenza opposta del settore profit, oggi le cose stanno diversamente. Il blocco forzoso è intervenuto dall’esterno e ha colpito tutti nella stessa maniera. Il sistema delle organizzazioni non profit non ha potuto far valere le proprie qualità anticicliche semplicemente perché non ha potuto lavorare.

 

Inevitabile quindi che in mancanza di misure di sostegno finanziario l’impatto del coronavirus sul non profit risulti devastante. Da qui Fondazione Italia Sociale è partita con tre proposte che non gravano sul bilancio pubblico e sono di rapida attuazione. Tutte e tre insistono su un unico principio comune: utilizzare meglio le risorse esistenti. Sia quelle private, che vedono l’Italia tra i paesi con la maggiore disponibilità di ricchezza di individui e famiglie (quasi 5000 miliardi di soli patrimoni finanziari). Sia quelle pubbliche, che in un tempo di emergenza devono essere rese accessibili con procedure e tempi adeguati alla gravità della situazione.

 

3 proposte per ripartire

un fondo nazionale

Da creare con donazioni di grandi imprese (0,5 per mille della capitalizzazione di borsa) e di persone con grandi patrimoni (1 per mille della ricchezza finanziaria, per importi superiori al 1 milione di euro). AI valori attuali, si tratta di una cifra potenziale di 1,5-2 miliardi di euro. La straordinarietà della situazione oggi giustifica la proposta di una «donazione obbligatoria» da parte di chi ha di più. Una minima percentuale destinata una tantum a favore di un fondo di recovery, per le tante organizzazioni non profit in difficoltà, è un gesto facilmente alla portata di grandi imprese e cittadini benestanti. Sarebbe un fondo attivo su scala nazionale per compensare, con contributi a fondo perduto e prestiti a tasso zero, le mancate entrate delle organizzazioni non profit più colpite dal blocco delle attività. Un’iniezione di liquidità senza condizionalità onerose o l’obbligo di elaborare progetti articolati.

I fondi di recovery per le organizzazioni non profit non sono una novità in altri paesi (Stati Uniti e Regno Unito sono tra i più attivi). Sono molti gli esempi ai quali ispirarsi per ideare meccanismi semplici, di intervento rapido a sostegno dei bilanci delle organizzazioni. Per consentire di riprendere quanto prima le attività a favore di chi ha più bisogno.

 

una modifica alla legge sulle successioni

L’Italia è uno dei Paesi del mondo con la più bassa tassazione sulle eredità. Se a questo si aggiunge che entro i prossimi dieci anni una consistente parte della popolazione (si calcola circa il venti per cento) non avrà eredi diretti ai quali trasmettere i propri beni, per l’effetto congiunto di una minore natalità e di un progressivo invecchiamento degli italiani, è chiara l’importanza di una modifica delle norme che regolano le successioni, per consentire di indirizzare almeno una parte di queste risorse al non profit e a progetti di interesse sociale.

Sono patrimoni destinati ad essere dispersi, contesi tra parenti con cui il più delle volte si è persa ogni relazione. Per questo Fondazione Italia Sociale propone una modifica che riveda le attuali soglie e le aliquote dell’imposta sulla successione e sulle donazioni, tutelando i gradi di parentela diretta ma aumentando progressivamente fino al 40 per cento le imposte per i discendenti più lontani (dal quarto grado in avanti). Salvo che i lasciti vengano destinati a organizzazioni e progetti di interesse sociale: in questo caso la differenza tra l’attuale (8 per cento) e la futura aliquota massima (40 per cento) verrebbe destinata direttamente allo scopo sociale stabilito dal donatore.

La stima delle risorse che così potrebbero essere destinate a progetti sociali è di circa 120-130 miliardi di euro l’anno. È calcolata sulla ricchezza privata complessiva degli italiani (circa 10.000 miliardi di euro tra beni mobili e immobili) e le previsioni demografiche che indicano come un quinto della popolazione da qui al 2030 non lascerà eredi diretti.

Per una presentazione completa della proposta, scarica qui CIVIC | Un’eredità fertile 

 

un accesso senza vincoli ai finanziamenti pubblici

Sono diverse le misure pubbliche di finanziamento alle organizzazioni del Terzo settore che, in risposta alla crisi Covid-19, possono essere utilizzate per dare un sostegno urgente a organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, imprese sociali, e agli altri soggetti in cui il settore è articolato. Un esempio sono le risorse previste all’art.9 della legge 6 giugno 2016 destinate a sostenere programmi di investimento finalizzati allo svolgimento delle attività di interesse generale degli enti del Terzo settore (ammontano a 40-50 milioni di euro). Oppure la misura “Italia economia sociale”: 223 milioni di euro gestiti da Invitalia a favore di imprese sociali e cooperative sociali. Ma altre se ne potrebbero identificare nei piani operativi nazionali e regionali che attuano la programmazione dei fondi strutturali finanziati dalla Commissione europea. Risorse comunitarie non spese che Bruxelles, a fronte dell’emergenza coronavirus, ha deciso di svincolare dalle precedenti assegnazioni e di liberare dall’obbligo di co-finanziamento nazionale. Dunque, disponibili e libere per sostenere la ripresa delle attività.                                               

Per far fronte alla ripartenza post Covid-19, queste risorse andrebbero rese disponibili riducendone o azzerandone la condizionalità, al fine di intervenire a compensazione del blocco delle attività e del relativo mancato introito di donazioni e corrispettivi per progetti e servizi erogati. Analogamente a quanto previsto a favore delle imprese e dei lavoratori autonomi nei decreti approvati durante le settimane dell’emergenza. L’obiettivo urgente dovrebbe essere quello di far fronte alla crisi di liquidità delle organizzazioni, per recuperare le perdite dovute al lockdown per tornare presto alla piena operatività.

Anticipando questa terza proposta, Fondazione Italia Sociale e Invitalia, per far fronte al post-emergenza e in vista di un impegno di lungo termine per utilizzare i fondi europei 2021-2027 a sostegno del Terzo settore, hanno deciso di lavorare congiuntamente creando un’unica struttura di analisi, consulenza e gestione dei finanziamenti pubblici per il non profit. È un esempio di come la crisi deve essere affrontata superando le rigide divisioni organizzative e sperimentando forme operative più efficaci per rispondere ai bisogni del non profit.